La campagna ebbe inizio con lo sbarco in Sicilia (a Licata, tra Gela e Scoglitti e tra Pachino e Siracusa) delle forze alleate, tra il 9 e il 10 luglio 1943, a cui presero parte circa 160.000 uomini. Perdite militari italiani sono segnalati per essere 4.325 morti, 32.500 feriti e 116.681 catturati.
L'attacco all'Italia fu deciso da americani ed inglesi durante la Conferenza di Casablanca del 14 gennaio 1943 (a tal proposito, celebre rimase la definizione dell'Italia di Winston Churchill: «L'Italia è il ventre molle dell'Asse») e la pianificazione e l'organizzazione venne affidata al generale Dwight Eisenhower.
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In questo mese si festeggiano i 70 anni dell'Operation Husky.
La Storia ci insegna che la guerra, come strumento di tortura, di morte e di distruzione, lascia sia nei vincitori che nei vinti un senso di morte interiore, una richiesta di vita a cui spesso non si può rispondere. Leggendo anche diversi libri come “Il Farmacista di Auschwitz” di Dieter Schlezack, che raccoglie le testimonianze di morte raccolte durante il processo di Norimberga, “Se questo è un uomo” di Primo Levi, “L’ultimo sopravvissuto” di Sam Pvinik o, ancora “Quelli che ci salvarono” di Jenna Blum lasciano ben pochi dubbi sull'inutilità della guerra e sulla distruzione materiale e immateriale che essa comporta.
Mia nonna mi racconta che lei dodicenne si nascose con la famiglia nelle campagne di Bronte alla Difesa, una zona boschiva che si inerpica su nell'Etna. Ebbene, quando vennero i Tedeschi, lei insieme alle sue sorelle e cugine, furono sporcate con fango e polvere per sembrare più brutte. Un altro racconto di famiglia ha per protagonista uno zio che scappò con il suo cavallo su per l'Etna, sempre dalla Difesa, per non farlo prendere ai Tedeschi, che lo inseguirono ma, per fortuna, invano!
Festeggiare i 70 anni dell’Operation Husky significa ringraziare quelle donne e quegli uomini che venuti da Paesi lontani, si sacrificarono per noi.
